"Finalmente ho raggiunto il MIO traguardo e risolto il segreto della mia anima: Io sono QUELLO a cui rivolgevo le preghiere, QUELLO a cui chiedevo aiuto. Sono QUELLO che ho cercato. Sono la stessa vetta della MIA montagna. Guardo la creazione come una pagina del MIO stesso libro. Sono infatti l'UNICO che produce i molti, della stessa sostanza che prendo da ME.
Poiché TUTTO è ME, non vi sono due, la creazione è ME STESSO, dappertutto. Quello che concedo a ME stesso, lo prendo da ME stesso e lo do a ME stesso, l'UNICO, poiché sono il Padre ed il Figlio. Quanto a quello che voglio, non vedo altro che i MIEI desideri, che sgorgano da ME.
Sono infatti il conoscitore, il conosciuto, il soggetto, il governante ed il trono. Tre in UNO è quello che sono e l'inferno è solo un argine che ho messo al MIO stesso fiume, allorché sognavo durante un incubo. Sognai che non ero il SOLO unico e così IO stesso iniziai il dubbio, che fece il suo corso, finché non mi svegliai. Trovai così che IO avevo scherzato con ME stesso.
Ora che sono sveglio, riprendo di sicuro il MIO trono e governo il MIO regno che è ME stesso, il signore per l'eternità."

L'Uomo Scarpa diventa l'eroe del mondo arabo

di Maurizio Molinari - 16/12/2008
Fonte: La Stampa [scheda fonte]

Vive in una monocamera tappezzata di ritratti del «Che» Guevara, è stato sequestrato dai sunniti e considerato un sospetto dagli americani, la sua unica famiglia sono tre fratelli e la sorella e ciò in cui più crede lo ha dimostrato tirando due scarpe contro il presidente degli Stati Uniti. Questo è Muntazer Al Zaidi, 28 anni, il giornalista della tv Al-Baghdidia riuscito a infiammare le piazze dell’Islam con un gesto di sfida che la stampa araba esalta, i vignettisti rilanciano in molteplici declinazioni e le tv del Medio Oriente mandano in onda a ripetizione. Senza contare le migliaia di iracheni scesi in piazza, a Sadr City come a Najaf, innalzando scarpe come fossero bandiere oppure gettandole contro le pattuglie delle truppe americane. Poiché di Al Zaidi non si sa più nulla da quando la sicurezza l’ha immobilizzato sul pavimento della sala della conferenza stampa, arrestato e sottoposto «a esami sulla dipendenza da alcol e droga» (potrebbe rischiare sette mesi), a raccontare chi è il nuovo eroe antioccidentale sono le persone che lo conoscono meglio. Si tratta dei tre fratelli e dell’unica sorella, Umm Firas, con la quale ha il rapporto più stretto.

I quattro si sono ritrovati ieri nel monolocale di Baghdad Ovest dove vive Muntazer: un tavolo, un letto e una cucina in disordine ovvero l’abitazione di uno scapolo come tanti se non fosse per i manifesti del rivoluzionario Che Guevara alle pareti. «Giuro su Allah che mio fratello è un eroe, che Allah lo protegga» ha detto la sorella, assicurando che «è stato un gesto spontaneo, personale, motivato dalle notizie che ha trovato sulle sofferenze e la morte che ogni giorno incombono su milioni di iracheni». Al Zaidi è uno sciita che dal 2005 lavora per la tv irachena Al Baghdidia di base al Cairo, in precedenza ha studiato giornalismo in Libano dove fra i compagni di studi aveva Zanko Ahmed, un curdo, che lo ricorda come «un tipo arrogante, sempre intento a emergere e provocare, per dimostrare che nessuno è intelligente come lui». «Quanto ha fatto dimostra che non ha imparato nulla dalle lezioni di giornalismo che abbiamo ricevuto in Libano» aggiunge Ahmed, secondo il quale al-Zaidi «spesso mi ha parlato in termini enfatici di Moqtada al Sard» il leader sciita ribelle già a capo di due rivolte militari contro le forze americane in Iraq.

Ma il fratello Dhirgham la pensa altrimenti: «Muntazer due anni fa venne sequestrato per tre giorni mentre si trovava in un quartiere sunnita di Baghdad e in gennaio la sua casa è stata perquisita dagli americani, che poi gli hanno chiesto scusa, odia l’occupazione militare americano come l’occupazione morale iraniana, considera il regime iraniano l’altra faccia di quello americano».

Ma a sollevare il dubbio che il gesto di Al Zaidi abbia avuto una matrice politica c’è il fatto che migliaia di iracheni sono scesi nelle strade proprio a Sadr City, il quartiere di Baghdad roccaforte di Moqtada al Sadr, chiedendone l’immediato rilascio, bruciando bandiere americane e innalzando striscioni con il suo nome stampato assieme a lunghi bastoni in cima ai quali c’erano scarpe accompagnate dalla scritta «Go Out Usa» (Fuori gli Usa). A Najaf gruppi di militanti di Al Sadr hanno lanciato scarpe contro pattuglie americane, che non hanno reagito, cantando «Bush, Bush, ascolta bene, due scarpe in testa». I giornali del mondo arabo, da Riad a Ramallah, hanno trasformato le scarpe nel simbolo del rigetto degli Usa, pubblicando editoriali di plauso e vignette in cui si vede Bush bersagliato da calzature volanti quasi fossero jet per commentare che «questo avrebbero dovuto fare i leader arabi».

Le proteste hanno regalato un picco di popolarità alla tv Al Baghdadia il cui direttore Abdel-Hameed al-Sayeh, si è vantato di «mobilizzare il mondo per la liberazione del nostro reporter». Al Jazeera ha dovuto rincorrere l’insolita rivale intervistando l’ex avvocato di Saddam, Khalil al Dulaimi, che si è offerto di difendere «l’eroe delle scarpe». Bush da Kabul ha tentato di sminuire l’impatto politico del gesto dicendo di «non averlo preso come un insulto», definendolo con sarcasmo uno «dei momenti strani della presidenza» e invitando alla prudenza perchè «non si può scambiare il gesto di un uomo con il sentimento di un popolo intero». Ma ad essere molto preoccupati da quanto sta avvenendo sono i servizi segreti, non solo in Iraq, timorosi che il lancio delle scarpe possa essere ripetuto, obbligando a rivedere le vigenti norme per la protezione degli statisti.

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