"Finalmente ho raggiunto il MIO traguardo e risolto il segreto della mia anima: Io sono QUELLO a cui rivolgevo le preghiere, QUELLO a cui chiedevo aiuto. Sono QUELLO che ho cercato. Sono la stessa vetta della MIA montagna. Guardo la creazione come una pagina del MIO stesso libro. Sono infatti l'UNICO che produce i molti, della stessa sostanza che prendo da ME.
Poiché TUTTO è ME, non vi sono due, la creazione è ME STESSO, dappertutto. Quello che concedo a ME stesso, lo prendo da ME stesso e lo do a ME stesso, l'UNICO, poiché sono il Padre ed il Figlio. Quanto a quello che voglio, non vedo altro che i MIEI desideri, che sgorgano da ME.
Sono infatti il conoscitore, il conosciuto, il soggetto, il governante ed il trono. Tre in UNO è quello che sono e l'inferno è solo un argine che ho messo al MIO stesso fiume, allorché sognavo durante un incubo. Sognai che non ero il SOLO unico e così IO stesso iniziai il dubbio, che fece il suo corso, finché non mi svegliai. Trovai così che IO avevo scherzato con ME stesso.
Ora che sono sveglio, riprendo di sicuro il MIO trono e governo il MIO regno che è ME stesso, il signore per l'eternità."

Haiti. Il disastro delle amputazioni

Haiti: "aiuti umanitari" deturpano i corpi dei sopravvissuti con migliaiai di aputazioni inutili



A Port-au-Prince il disastro delle amputazioni
A Port-au-Prince migliaia di amputazioni

di Annick Cojean, 29-01-1010
traduzione di Corrado

Non si era mai vista una cosa simile. Amputazioni a migliaia. Come in una catena di montaggio. Braccia, mani, dita, gambe. Senza radiografia preliminare. A volte senza anestetico né antidolorifico. La maggior parte delle volte a cielo aperto. O sotto la sola luce di una lampada frontale. bisognava andare in fretta; migliaia di feriti attendevano, ed ogni minuto era prezioso. Era importante essere efficaci; si temeva la cancrena; si sapeva che occorreva liberare i posti al più presto; ci si diceva che non ci sarebbero state visite di controllo post-operatorie.

Allora, nel caos, nell'improvvisazione vertiginosa dei primi giorni, senza troppo tempo libero per pensare, si è giudicato che per salvare una vita valesse la pena sacrificare un arto. E quindi si è amputato. Qualcuno,oggi, pensa che si è andati troppo in fretta. E che si è "tagliato" troppo. Non lo si proclama (...)

Ma quando si discute con dei medici, degli infermieri, degli inservienti, la questione viene affrontata spontaneamente con amarezza, per non dire con collera.

"GLI AMERICANI, FIERI DI QUESTO MACELLO"

"Un'équipe di medici texani, già ripartita, a causato dei disastri e praticato una medicina di guerra", osa [affermare] un medico dei pomieri di Parigi, interrogato fra una cura e l'altra nell'ospedale del Sacro Cuore, ancora ingombro di letti e di fleboclisi.

Non vuole che si citi il suo nome – "non bisogna scatenare un nuovo conflitto franco-americano!" – ma lancia la discussione. "L'amputazione è un gesto di salvataggio e di estremo intervento, quando un arto è frantumato o quando c'è minaccia di setticemia. Ma gli americani l'hanno reso pressoché sistematico, senza perdere tempo ad immaginare un'altra soluzione, fieri di questo macello che ha permesso loro di ostentare cifre impressionanti di pazienti."

Il dottor François-Xavier Verdot, chirurgo ortopedico al CHU di Saint-Etienne che sta lavorando sotto la bandiera dei pompieri umanitari francesi, non indica dei colpevoli. Ma non fa una diagnosi molto differente. "Ho visto delle fratture semplici alle braccia, trattate con l'amputazione, mentre le si poteva riparare. Ho visto il risultato delle "ghigliottine per l'amputazione" – è l'espressione anglosassone – e quegli arti tagliati come da un trancia-sigari. Il rischio infettivo è enorme allora, perché l'osso è allo scoperto, e non si è prevista una chirurgia secondaria per modellare un moncone sul quale potrebbe essere fissata una protesi."

Molti feriti ritornano allora, con una piaga necrotizzata che necessita una seconda amputazione. "Bisogna allora tagliare più a monte, più in alto. E' desolante."

Sophie Grosclaude, una giovane chirurga ortopedica francese, impegnata nella Chaîne de l'Espoir, (catena della speranza) opera alla clinica Lambert, à Pétionville, nella periferia di Port-au-Prince. Neanche trattiene le sue parole. Ritorna "sbigottita" da una discussione con un chirurgo americano incontrato all'ospedale israeliano, che disfava i bagagli. "Gli ho raccontato che per riparare le fratture io facevo esattamente come in Francia, poggiando dei chiodi e dei fissatori esterni dei quali ormai si dispone in gran numero." E allora? "Lui trovava folle tutto ciò! Mi diceva: “A che serve? Questo paese è troppo povero. Non ci sarà un controllo medico serio per seguire i vostri pazienti. E' talmente più semplice amputarli. E' proprio definitivo…”"

La chirurga è sconvolta. "Mi parlava di una sotto-popolazione! Di un popolo troppo poco evoluto per meritare la medicina degli Occidentali. Ma alla fine, non si taglia così una gamba! Se non si è obbligati a tagliarla, bisogna battersi per conservarla. Non siamo in guerra! Possiamo rivedere e seguire i nostri pazienti!"

Si può soprattutto prendere un po' di tempo per decidere, molto più che nelle prime ore. Ci si può permettere un lavoro più oneroso (un trapianto di tessuti, per esempio) ed un buon controllo successivo che poche strutture possono fare. "Vale la pena, quanto meno, per un bambino o un giovane adulto, rifare le medicazioni tutti i gironi per salvargli un arto e dargli un avvenire sociale", dice con convinzione Denis Larger, medico d'urgenza presso i pompieri marini di Marsiglia.

Certe amputazioni salvano sicuramente una vita, come quella che lui stesso ha praticato il giorno stesso in cui è arrivato per disincastrare una giovane donna il cui braccio era stato schiacciato sotto una tonnellata di cemento. (...)

Altre amputazioni non s'impongono. E martedì sera, per esempio, rifiutando il suggerimento dei loro colleghi americani di amputare il braccio di una donna la cui frattura si era infettata, i pompieri francesi l'hanno fatta trasportare in elicottero sulla Siroco, la nave francese ancorata al largo di Port-au-Prince, dove la donna è stata curata.

"SERVE UN CONTROLLO MEDICO SUCCESSIVO, TANTO MEDICO QUANTO PSICOLOGICO"

Presidente di Douleurs sans frontières (Dolori senza frontiere DSF), il dottor Alain Serrie, che ha dunque conosciuto altri teatri di catastrofe, è sconvolto dall'incredibile povertà degli ospedali haitiani e dalla prospettiva di una generazione di infermi e di mutilati. Sì, ha detto, ci sono stati un sacco di amputati in maniera sbrigativa, rimessi alla porta dell'ospedale due ore dopo l'intervento.

"Dove sono oggi? Bisogna fare una lista! Molti rischiano la necrosi, la setticemia, e devono essere ri-amputati. Bisogna ritrovarli. Fare loro un controllo sia medico che psicologico. Essi sono destinati ad affrontare le sensazioni ben note dell' “arto fantasma”. Molti proveranno dei dolori intollerabili che possono rendere impossibile l'installazione di una protesi …"

DSF e Handicap International pensano ad un programma di appelli alla radio per chiedere a questa gente di presentarsi negli ospedali più vicini dove essi operano. Essi pensano pure alla creazione di centri nei quali ci si possa prendere carico di queste sofferenze così particolari.

Medici ed infermieri hanno tutti in testa delle immagini di pazienti. Il dottor Grosclaude si ricorda quel piccolo ragazzo che diceva: "Non ce la facevo a cavarmela già prima quando avevo tutte e due le mie braccia. E adesso con uno solo …" Il dottore haitiano Johnny Miller pensa a quella ragazzina sconvolta al pensiero che dopo avere perduto la mano sinistra, doveva farsi recidere ancora tre dita: "Come farò il bucato?" (...)

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